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Se i negozi stanno aperti la domenica

Palermo, 21/06/2010 -

Nei giorni scorsi sul Giornale di Sicilia è stato pubblicato un intervento firmato dal redattore  Marco Romano dal titolo “Apertura domenicale la regione arretra”.

Romano si avventura per i tortuosi sentieri di normative del commercio e in particolare si sofferma sul tema delle aperture domenicali, insistendo sulla necessità di garantire l’apertura facoltativa, indiscriminata, tutto l’anno e per tutte le attività. Il titolo suggerisce anche una valutazione morale negativa e uno scoramento per una conquista già raggiunta e adesso compromessa.

Un tempo, il pensiero espresso da Marco Romano, era integralmente condiviso dai fanatici della globalizzazione e delle liberalizzazioni, ma non lo è mai stato da parte delle Organizzazioni sindacali del commercio e dell’artigianato,  ben collegate con la propria base associativa e governate da imprenditori che non hanno mai dimenticato le proprie origini.

Con il trascorrere degli anni si è fatta strada la consapevolezza che l’apertura indiscriminata dei negozi nelle giornate domenicali e festive costituisce un grave attacco alla vita familiare e sociale italiana.

Infatti, aprire i negozi nelle domeniche e nei giorni festivi significa obbligare migliaia di lavoratori a rinunciare a dei momenti privilegiati della loro vita, come ritrovarsi in famiglia o tra amici, praticare delle attività di svago o più semplicemente riposarsi. Lo stesso avviene per la generalità delle famiglie che invece di restare unite, di valorizzare le attività familiari, di coltivare interessi culturali e sociali,  utilizzano le domeniche per fare acquisti o per visitare centri commerciali.

 In questo quadro appare lodevole quanto espresso dall’Assessore regionale alle Attività produttive, Marco Venturi, che con un suo disegno di legge, oltre a proporre una rivisitazione della legge sul commercio in Sicilia e sulle aperture domenicali e festive, introduce un ripensamento sulle tematiche connesse alla liberalizzazione dei servizi, del commercio, dei festivi e degli orari.

Adesso che si comincia a squarciare il velo dell’ipocrisia sarebbe opportuno che una riflessione su questi temi coinvolga tutte le forze sociali e istituzionali, essendo questo un tema di grande rilevanza sociale, politica, economica, ma anche  morale e religiosa.

 Oggi i negozi di qualunque tipologia sono aperti sei giorni su sette fino a tarda sera, proprio per venire incontro alle esigenze diversificate dei consumatori.  

Se tutti gli uffici pubblici, ad eccezione di quelli  essenziali, restano chiusi la domenica, si può ben fermare nei giorni festivi il comparto della distribuzione, realizzando una turnazione di servizio per le attività ritenute strategiche ed essenziali. In questo quadro le farmacie da decenni hanno trovato un coerente equilibrio con le esigenze della cittadinanza, peraltro imposto con apposita legge regionale.

Falso è l’assunto secondo il quale la crescita dei consumi dipenderebbe anche dall’orario e dai giorni di apertura. E’ ben ovvio che il volume di acquisto di beni e servizi sia solo minimamente influenzato dalla disponibilità dell’offerta e dall’espansione delle aperture ma dipenda invece, in larga misura, dalla  disponibilità finanziarie delle famiglie e dalla loro propensione all’acquisto.

 E allora lasciamo da parte la domenica, facciamo si che essa sia il giorno del riposo, della famiglia, della preghiera, delle attività sportive, dell’informazione, della cultura. Che sia il giorno della vita libera da ogni preoccupazione e libera dal lavoro.

E che sia il giorno dedicato all’uomo e a Dio,  per tutti, per i grandi manager e per i piccoli operatori  commerciali; per i giornalisti come per i pubblici funzionari; per i politici come per gli industriali.

Non ci guadagneremo di più in denaro, ma ci guadagneremo senz’altro in civiltà.

Se è così “Arretrare”, come afferma Marco Romano sul Giornale di Sicilia, non è sempre sinonimo di arretratezza, ma può diventare l’affermazione di regole nuove e giuste per la vita di tutti.


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