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Gli amori della Regina, la Regina degli amori

Parigi, 06/02/2010 -

Lillo Marino propone ai lettori di Orizzonti un nuovo breve racconto, quasi un saggio, sulla discussa regina di Francia Maria Antonietta d'Austria, caduta a trentotto anni sotto la lama della ghigliottina allo spirare della monarchia francese pre-rivoluzionaria. L'episodio sconvolse i regnanti dell'altra grande monarchia imperiale europea, quella austriaca, che non vollero nemmeno provare a chiedere la grazia per la loro figlia. Ma i parigini non avevano amato lo stile sfarzoso e dissoluto della loro regina spesso abbagliata dalla grazia di giovani ufficiali, nobili di corte e servitori avvenenti.

 

L’amore svedese di Maria Antonietta d’Austria

Processata e condannata per alto tradimento, Maria Antonietta d’Austria, regina di Francia, fu ghigliottinata il 16 Ottobre del 1793. La stessa sorte aveva subito Luigi XVI, re di Francia, il quale, prima che la mannaia gli cadesse sul collo – era il 21 Gennaio del 1793 - dall’alto del patibolo, aveva esclamato con voce alta e ferma: «Popolo di Francia, il vostro re muore innocente».

All’ambasciatore svedese, intervenuto per fermare il braccio del boia Charles Henri Sanson, quel dannato sanguinario di Robespierre aveva sbattuto la porta in faccia, senza tenere in alcun conto il fatto che la Svezia fosse uno dei pochi Paesi europei non in guerra, o prossimi a intervenire, contro la Francia.

Alla Corte di Vienna, l’imperatore Francesco Primo e l’imperatrice Maria Teresa, gli augusti genitori di colei che stava per essere trascinata dal carcere del “Tempio” al patibolo, si erano chiusi nel loro dolore, rifiutandosi di chiedere clemenza a quelli del Direttorio «Perché sarebbe stato soltanto un gesto inutile ed umiliante chiedere la grazia per Maria Antonietta - che da poco aveva compiuto trentotto anni - ad una masnada di biechi assassini accecati dall’odio».

«Maledetti francesi!» urlavano, a esecuzione avvenuta, i viennesi, per le vie della capitale austriaca o, adunati in gran numero, nel vasto pianoro del Pater. La più diffusa gazzetta viennese, “Die Zeitung des Wien”, titolava a tutta pagina: «I francesi pagheranno a caro prezzo l’affronto».

Titolo profetico, perché la Francia avrebbe pagato a caro prezzo, il suo debito con l’Austria sui campi di Waterloo, dove gli austriaci ed i prussiani di Blucher e gli inglesi di lord Wellington , un quarto di secolo dopo, annienteranno l’armata francese di Napoleone Bonaparte, nella cruenta battaglia della Belle-Alliance.

Maria Antonietta non aveva lasciato un buon ricordo di se' ai suoi sudditi;  i francesi non le perdonavano la sontuosità della sua vita in momenti di grave crisi finanziaria del Paese e certe sue licenziosità di costumi con le quali ripagava con la stessa moneta e senza sconti, il suo augusto consorte del quale lo scandaloso e sfrenato libertinaggio era ben noto in tutte le Corti europee.

Maria Antonietta amava il lusso, lo sfarzo, i preziosi gioielli di cui si adornava. Amava soprattutto gli uomini, giovani, belli, vigorosi. Li accoglieva alla sua Corte dedicando loro le proprie infuocate attenzioni.

Nelle grazie della Regina ebbe un ruolo rilevante un giovane ufficiale di cavalleria ungherese: il conte di Esterhazy. «E’ di una bellezza brutale - lo descrive lo scrittore André Castelot - ed è circonfuso dalla leggenda: la sua schiatta risale ad Attila». Il legame regale dura lo spazio di un mattino: si lasciano da buoni amici, l’una riconoscente all’altro per i giorni felici che hanno trascorso insieme.

Più solido e più duraturo fu il rapporto di Maria Antonietta con il principe di Ligne, austriaco di nascita, francese d’adozione. Quando la passione per il bel principe si spense la Regina trovò nuovi stimoli tra le braccia del duca di Coigny, prima, e del marchese Besenval, dopo.

Ma il grande amore, la passione irrefrenabile, si scatenò nel cuore di Maria Antonietta, quando a Corte giunse un ancora imberbe ufficiale svedese: biondo, bellissimo, ricco di fascino ed ha soltanto ventitré anni. Axel Fersen indossava l’uniforme di dragone leggero della Svezia.

«Maria Antonietta - racconta André Castelot - esamina con molta cura la giubba turchina sulla quale si apre una bianca tunica, gli attillati pantaloni di camoscio, lo shako nero, sormontato da un pennacchio azzurro e giallo. Guarda e…ammira».

Axel era assiduamente invitato al Trianon; a Corte non poteva passare inosservato il fascino che il giovane dragone esercitava sulla regina. Né Maria Antonietta si curava di mettere a tacere pettegolezzi e malignità sorti a Palazzo intorno a quell'idillio.

Una sera la regina cantava, con evidente intensità, strofe dell'opera di Didone: «Deh! Quanto allor ben ispirata fui / quando in mia Corte fosti ricevuto!».

A Corte, Axel Fersen fece conoscenza di Luigi Augusto Besenval. Tra i due nacque una solida amicizia cementata dalla passione comune per il “gioco della stecca” nel quale, a Parigi, in quel tempo non avevano rivali. Di quell'amichevole sodalizio tra il non più giovane Besenval e il biondo dragone svedese trarrà vantaggio Maria Antonietta.

Axel viveva la sua passione regale tra mille timori, alimentati dal sempre meno discreto pettegolare delle dame di Corte, tutte frementi, maritate o no che fossero, per la mal celata voglia di accogliere fra le loro braccia o nelle loro alcove l'incantevole svedese.

Per Axel, la Reggia di Versailles e il Trianon erano sempre meno un tempio dell'amore e sempre più una fucina d’invidie e di gelosie nella cui fornace rischiava di scottarsi Maria Antonietta. E lo svedese non voleva che ciò accadesse.

L'amour efface le temps, le temps efface l'amour!

Ad Axel, per sottrarsi a quell'impossibile amore, non rimase altro che frapporre tra sé e la Regina, un tempo senza fine.

Fuggì verso la Normandia con destinazione Le Havre dove potrà arruolarsi in una delle tante spedizioni dirette in America.

Per l'amico fidato, un messaggio che lascia intendere un commiato definitivo: «Adieu mon ami, adieu Paris!».

«C'est un rêve!» esclamò incredulo Luigi Augusto. E, invece, non era un sogno quel messaggio che stringeva tra le mani: Axel Fersen era lontano dalla Capitale e gli zoccoli del suo cavallo calpestavano già la polverosa strada che conduce verso le mura gotiche d’Amiens, prima sosta in una fuga che non sarà senza ritorno.

Il servitore che seguiva Fersen era un ragazzotto ventenne della Bretagna: era nato infatti sull'Ile aux Moines, nell'Atlantico, in un rustico solitario in riva all'Ance du Lerio, ai margini del Bois d'Amour e del pianoro selvaggio di Le Bourg.

Gilbert, questo il nome del giovane bretone, era giunto appena diciottenne a Parigi e per vivere si era adattato ad ogni sorta di mestieri: dallo scaricatore, al maniscalco, al panettiere, al garzone di bottega e quant'altro. In una cosa o l'altra che faccia, mostrava di essere un ragazzo fatto di farine fine fleur. Il suo personaggio possedeva quanto basta per attrarre l'attenzione di Luigi Augusto Besenval che lo pose al suo servizio e a quello di Alex Fersen. Servitore di due padroni: ad entrambi devoto e fedele.

Ma guardiamo da vicino lo svolgimento della nostra storia facendo un salto nel presente di quel tempo d'avventura: sulla strada che allontana da Parigi verso l'oceano, Gilbert, in nome della devozione e della fedeltà, si fa complice di Fersen facendogli da guida e da scudiero nella sua fuga dalla Capitale. Presentandosene l'occasione, non potrà evitare di rendere un prezioso servigio a Besenval che si starà chiedendo verso dove sia diretto l'amico svedese.

L'occasione è un corriere diretto a Parigi al quale le fils à diable d'un Gilbert affida un messaggio diretto al nobile parigino Luigi Augusto Besenval: «Siamo ad Amiens - scrive Gilbert - ma andremo a Rouen e quindi a Le Havre. Monsieur Fersen progetta di imbarcarsi per l'America».

Ad Amiens da qualche giorno piove a dirotto e Fersen è costretto a prolungare la permanenza nella città normanna ritardando così l'attuazione del programma che in cuor suo si è proposto con l'impegno di aller selon le vent.

Il giovane dragone di Svezia vive quella pausa del viaggio nel ricordo, tenerissimo, di Maria Antonietta, dei giorni e delle lunghe serate trascorsi al “Trianon”, insieme. Talvolta è preso dal dubbio che il tempo possa cancellare l'amore. Ma,no: il suo amore: è senza fine!

Una mattina, Gilbert lo desta di buon'ora e lo avverte che il tempo si è messo al bello. Fersen gli ordina di predisporre i preparativi per la partenza. Si va a Rouen, la città nella quale, nel 1431, un tribunale ecclesiastico condannò al rogo per eresia Jeanne D'Arc, dopo l'ignobile mercato tra borgognoni e inglesi del quale fu vittima la Pulzella d'Orléans.

Quel 1431 fu, a Rouen, per lo stesso Tribunale ecclesiastico, che fece bruciare Giovanna D'Arco, un anno di macabra, intensa attività al termine della quale si poterono contare ben cinquemila sentenze di condanna a morte per altrettanti protestanti.

Rouen è una città che si estende per gran tratto lungo le rive della Senna. E' il porto fluviale più grande della Francia; è ricca di chiese e di monumenti e per numero di abitanti è seconda solo a Parigi.

La locanda nella quale Fersen prende alloggio si affaccia sulla vasta piazza dominata dalla possente mole della Cattedrale, con le alte guglie svettati verso il cielo. Là sono custodite le reliquie di Saint Ouen che il 14 maggio dell'841 liberò la città dalla peste.

Rimessosi dalle fatiche del viaggio Fersen varca il portale del tempio per ammirare le preziose sculture, gli imponenti bassorilievi, gli splendidi affreschi, i pregevoli tesori d'arte. Si sofferma, ammirato, ai piedi della solenne Escalier de la librairie des Chanoines, assai simile allo scalone che nella reggia di Versailles porta negli appartamenti privati della Regina.

Più tardi, nel silenzio della sera, dal suo alloggio volge lo sguardo verso il Tempio che lo sovrasta, recita i versi del poeta Pierre René Wolf dedicati, nel Poème d'exil, alla Cattedrale di Rouen: “Cathédrale qui rêve aux quatre vents; toi qui semble assoupie au coeur de la ville; rocher insensible aux flots agités; parmi la foule, est-ce toi, miraculeuse et nue?” (“Cattedrale sognante ai quattro venti; tu che appari come assopita nel vivo del cuore della città; scoglio insensibile ai flutti agitati; in mezzo alla folla, sei tu miracolosa e nuda?”)

La sosta a Rouen è di pochissimi giorni: il cielo terso e il clima mite incoraggiano Fersen a proseguire il viaggio verso la penultima tappa, prima di raggiungere Le Havre. E’ Etretat, un villaggio di pescatori posto sulle sponde dell’Atlantico.

Qui la costa a falesia si getta a picco sul mare. A sovrastarla, l’imponente massiccio dell’Aiguille che si specchia nelle acque fredde nella Manica. La spiaggia è fatta di ghiaia e di ciottoli che i pescatori calcano, con passo sicuro, a piedi nudi.

Per Fersen saranno queste le ultime immagini del suo vagare in Normandia; ad Etretat c’è ad attenderlo Luigi Augusto Besenval che riporterà il fuggitivo a Parigi.

Sulla strada del ritorno, Fersen chiede consiglio all’amico: come spiegare, a Parigi, quella sua fuga improvvisa dalla Capitale?

«Fuga? Quale fuga»? - risponde divertito Luigi Augusto- il tuo Sovrano non ti ha forse ordinato di raggiungerlo in Svezia? Tu hai obbedito. Ora non ti ha forse ordinato di fare ritorno in Francia? E tu obbedisci, no?».

Fersen ascolta, sospira e tace.

A Parigi c’è aria di rivolta aperta contro i reali di Francia e si inneggia alla Repubblica con sempre maggior fervore. La Rivoluzione ha iniziato il suo cammino.

Quando Fersen lascia Parigi per far ritorno nel suo Paese è il giorno di ferragosto del 1972,  ha il raggelante timore che non vedrà mai più la “regina” del suo cuore.

Lillo Marino


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