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Le Estati felici di Fulco e di Lillo

Palermo, 19/05/2010 -

Per Lillo Marino è tempo di nostalgia. Confinato com'è nel suo buen retiro piazzese, il decano dei giornalisti ennesi, ritorna con la mente e con i tasti della macchina per scrivere, ai suoi giorni a Palermo.  E scopre ineguagliabili similitudini con un altro siciliano eclettico come lui, che partito dall'Isola andò alla conquista del mondo senza però dimenticare emozioni, colori e profumi della sua terra natale. Così, come quel Fulco di Verdura, dedicò il suo libro "Estati Felici" ai giorni spensierati della infanzia, così, il nostro, rivolge un pensiero tra l'ironico e il compiaciuto, al Parco della Favorita, rinato a nuova vita dopo anni di desolante abbandono.

La Favorita

Diamo a Cesare quel che è di Cesare; riconosciamo i meriti acquisiti dagli ambientalisti palermitani nella loro impegnativa crociata contro i violentatori delle bellezze regalateci da madre Natura.

Tenaci ed ardenti propugnatori della rivalutazione del Parco della Favorita, vanno combattendo cento battaglie per sottrarre ad una lenta e inesorabile morte un inestimabile tesoro lasciato dai Borboni in eredità alla Città di Palermo: il Parco della Favorita.     

Ce l' hanno fatta? Ce la faranno? Intanto sono scomparse le baracche abusive che deturpavano il Parco; sono scomparse le carcasse d'auto; sono stati sfrattati i depositi abusivi di laterizi, di legname e di arrugginiti elettrodomestici inservibili.

Non insensibili al "grido di dolore" degli ambientalisti, stanno facendo la loro parte l'Azienda regionale delle Foreste e il Governo della Città per rimuovere tutte le anomalie che ancora oggi persistono e che meriterebbero maggiori attenzioni da parte delle Forze dell’ordine: Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, in auto o a piedi, in divisa o in borghese, in casual o in bermuda.

Il sottobosco è tornato ad essere compatto, odoroso, ricco di essenze; la generosa natura ringrazia offrendo anemoni, fresie, margherite, vermigli fiori di San Giuseppe, more e mirtilli.

Si respira aria impregnata di odori diversi: ginepro, rosmarino, gelsomino. Non più i miasmi che si sprigionavano da discariche a cielo aperto; non più lecci deturpati; non più piante rare divelte e commerciate.       

Anche le scuderie e gli altri rustici fatti edificare dai Borboni prima e dai Savoia dopo, hanno fatto toilette; ottimamente restaurati, si ergono dal terreno per offrirsi alla vista di tutti senza più quell'aria tetra e umida che hanno le case isolate e non abitate. Le scuderie, restituite allo stile originario, sono tornate ad armonizzarsi con l'atmosfera suggestiva e solare che è propria di questi luoghi.

Soddisfatti, gli ambientalisti esultano ritmando i versi di una composizione poetica di Alberto Toni: «Abbiamo fatto il conto e ci accorgiamo / che possiamo ripartire di nuovo / con le ali ai piedi».

"Ripartire di nuovo" è certo l'annuncio di una nuova crociata contro i restanti mali che ancora affliggono la Favorita: il degrado delle stradelle e dei viottoli in sedime di tufo; le aggressioni subite da incauti visitatori che si avventurano nel bosco; gli amori mercenari consumati sotto gli occhi di tutti; gli scippi e le percosse. C'è di mezzo il prestigio della Favorita, che caspita!

Il suo atto di nascita fu stilato, per così dire, sul finire del Settecento per volontà di Ferdinando IV di Borbone e della sua regale consorte, l'altera Maria Carolina d'Austria, che erano alla ricerca di alcuni siti di campagna «onde servissero di loro delizia». E qual sito migliore, per i regali esuli, di quello della piana dei Colli che, più di ogni altro, si adattava alla realizzazione di un Parco che ricordasse loro quello di San Leuco della Reggia (perduta) di Caserta? V'erano in quel sito terre estese per circa centodieci salme. Appartenevano ai principi di Malvagna, al marchese Vannucci, al principe di Niscemi, al duchino di Pietratagliata e al marchese Airoldi «I quali tutti si mostrarono pronti e con somma, cordiale attenzione di volerle dare, all’uso dei reali, senza interesse e gratuitamente».

Con un editto reale, nel dicembre del 1799, Ferdinando IV dava mandato al suo aiutante don Giuseppe Rizzo, Principe di Aci, di «formare un feniato» ovvero un parco chiuso da muri. Da uno scettro reale all'altro: nel 1862 "il sito dei Colli" venne compreso tra gli stabili assegnati alla dotazione della Corona d'Italia; nel 1877, ha inizio per la "Favorita" la serie degli affidamenti passando da un titolare all'altro: dalla Real Casa al Demanio dello Stato (1877), da questo alla Pubblica istruzione (1920) e infine, nel 1935 - dopo una fugace apparizione del Ministero dell'Aeronautica, giusto il tempo per farvi un campo d'atterraggio per dirigibili - il Soprintendente dell'Arte medioevale e moderna, Francesco Valenti, in rappresentanza del Ministero dell'Educazione Nazionale, affidò per l'uso al Comune di Palermo, rappresentato dal Podestà Noto Sardegna, il Casino della Real Favorita (la Palazzina cinese), le ville e i giardini con ogni altra pertinenza e dipendenza.

Peccato che le idee a Palazzo di Città, in materia di parchi, in quegli anni e negli anni a venire, fossero piuttosto confuse tantoché il parco della Favorita cominciò a vivacchiare. Rimase povero di investimenti e di competenze e giunse debole e impreparato agli anni del boom economico italiano, delle utilitarie e delle scampagnate fuori porta. Fatale il distacco dei palermitani dal loro verde gioiello. Del bel Parco, com'era un tempo, restavano soltanto ben poche, povere cose.

         Com'era un tempo! «Ciò che desideravo ardentemente era avventurarmi nel gran Parco della Favorita. E' facile immaginare l'attrazione irresistibile che questo immenso spazio, con i suoi boschetti, viali e padiglioni, esercitasse su di me. Luoghi pieni di affascinanti misteri. Viali di querce e siepi di bosso, platani e cipressi e certi boschetti di lillà che, in aprile, si annunziavano con il loro profumo prima che si scorgessero. La fontana con Ercole appollaiato in cima a un'alta colonna dorica e quella di Diana, cui mancava la testa. Nostalgie e ricordi degli anni del primo Novecento vissuti, ancora fanciullo, scorazzando per il gran parco di Piana dei Colli che si proietta verso il mare, in un gioco continuo di strade e viottoli che si rincorrono tra giardini all'inglese e aiuole all'italiana, fra statue e fontane».

Fulco Santostefano della Cerda, duca di Verdura e marchese Murata La Cerda, i ricordi di quegli anni se li era portati dentro nel suo lungo permanere, prima a Parigi, poi a New York e  infine a Londra, per riversarli, nella sua lingua di adozione, sulle pagine di un volume, scritto nella Capitale inglese nel 1976, con il titolo: A sicilian childhood - The happy summer days (Una infanzia in Sicilia - Estati felici).

Questo libro varrebbe la pena di leggerlo, l’autore, che lo aveva scritto in inglese lo ha poi riscritto in italiano: è una delizia! 

Lillo Marino


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