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Anche un siciliano può perdere la testa!

15/01/2010 - E’ il 21 gennaio dell’anno 1793, sono le sette del mattino, Parigi s'è svegliata sotto un cielo denso di nubi dalle quali viene giù una fitta pioggia che il vento gelido del mattino sospinge con vigorose folate sui deserti selciati del Boulevard St. Martin, del Boulevard Bonne Nouvelle, del Faubourg St. Denis e sugli acciottolati di Place de la Madeleine e di Place de la Révolution. Eppure soltanto ieri, allo spuntare del giorno, i parigini s'erano accalcati lungo quei viali e in quelle piazze, oggi silenziosi, per vedere passare la cigolante carretta dei condannati a morte, sulla quale Luigi XVI veniva condotto dalla cella del Tempio al palco della ghigliottina, ai piedi del quale era ad attenderlo il boia Charles-Henri Sanson. Ironia della sorte! In quel mattino di gennaio, sarebbero stati, l'uno di fronte all'altro, con ruoli ben diversi, i cadetti di due dinastie: di regnanti, quella di Luigi Capeto e di mozzateste, quella di Charles-Henri Sanson, pronipote, nipote, figlio e padre di esecutori capitali. Sanson fu il primo ad usare la ghigliottina e l'unico ad usarla sopra il collo di un re.
In questa mattina del “giorno dopo”, i parigini si rigirano sotto le confortevoli coltri e rivivono l'ultimo atto del dramma del loro ex re, finito sotto la lama del “rasoio nazionale”.
Quella sì che è stata una giornata!
Certo, a quelli dell'Assemblea e a quel mastino di Robespierre non era stato facile mandare giù il fatto che il “cittadino” Luigi Capeto avesse sopportato con regale fierezza e con inaspettata freddezza il lugubre cerimoniale dell'esecuzione: dov'era il monarca codardo e mediocre, contro il quale essi avevano scatenato i francesi? E, ancor di più, tutti gli uomini del Terrore erano apparsi assai contrariati che nessuno, sul palco del supplizio, né il boia, né il suo assistente, né il rappresentante del dipartimento di giustizia che gli erano accanto, avessero impedito al morituro di gridare ai suoi ex sudditi la sua innocenza: «Popolo, muoio innocente!».
Eppoi, il silenzio della folla che seguì al grido disperato del Re che protestava la sua innocenza! I regicidi sapevano bene come interpretare quell’improvviso silenzio del popolo che lasciava intendere orrore e forse disapprovazione.
Ma, dopotutto, si era trattato di un incidente di percorso che non avrebbe potuto fermare il cammino della Rivoluzione e della Storia.
Forse Madame Ghigliottina si era lasciata intimorire dall'augusta vittima? Non aveva essa compiuto con scrupolo il suo dovere, trinciando netto il collo del Re? Luigi XVI, insomma, era morto e dunque osanna alla Repubblica nel cui nome potrà continuare l'allegra vendemmia di teste umane.
Le carceri e i posti di polizia parigini rigurgitano di realisti, di nobili e di "nemici della Patria" candidati al patibolo. E la ghigliottina - o la “veuve”, come l' hanno ribattezzata i creatori del lessico della malavita - è infaticabile e disponibile a tutte le ore, tanto che Guyot de Fère scriverà, nel 1830, nel suo “Notice historique et physiologique sur le supplice de la guillotine” che: «A quell'epoca (sotto il terrore) pareva che a volte la mannaia staccasse teste dai corpi alla velocità di quasi una al minuto».
Disponibile sarà anche nel giorno successivo al regicidio. Nella notte, alla fioca luce delle torce, il vice boia - Henri Sanson - figlio ancor giovane del boia ed alcuni inservienti, provvedevano scrupolosamente e freneticamente ad affilare la lama, a bilanciare lo “spaccateste”, a ripulire il tavolame del palco.
Alla Conciergerie, sur la Rive gauche de la Seine, nelle spaziose celle (ognuna di esse contraddistinta da un nome: la Guillotte, la Taillerie, il Noviciat, il Benbee), i prigionieri sono ammucchiati.
C'è chi singhiozza, chi impreca, chi prega. Altri si aggirano per le celle con lo sguardo spento, assente, lontano. Si respira disperazione, rabbia e paura ovunque, insieme al lezzo nauseante del sudiciume.
In una cella di ridotte dimensioni (la chiamano “il quartiere dei dodici”) vi sono stati rinchiusi trentanove detenuti: tra poche ore saranno condotti al patibolo.
La sentenza di morte è stata emessa nella notte, a conclusione di un processo durante il quale si è verificato un singolare episodio di cui è stato testimone oculare un cronista de “Le Thermomètre du jour”.
Appena pronunciata la sentenza di morte, uno dei condannati, ad alta voce per dominare il brusio della folla, si è rivolto ai giudici esclamando: “Vous commetez un crime! Je ne suis pas le marquis de Saint-Priest, mais je suis Francesco Paolo Di Blasi, sicilien de Palerme!».
Il Presidente del Tribunale - riferisce ancora il cronista - ha sarcasticamente ribattuto: «Quel honneur, pour un Sicilien; connaître le même sort du tyran Capeto!». Quindi fu impartito l’ordine di portar via il prigioniero.
Alle undici del mattino i trentanove condannati hanno lasciato il “Quartiere dei dodici” e sono già a Place de la Revolution per essere decapitati. La pioggia si è diradata e una discreta folla, adunata attorno al palco della ghigliottina, commenta, rumoreggia, schiamazza.
Con passo sicuro, il “siciliano” è il primo a salire sulla pedana della morte. Con gesto risoluto allontana da sé il vice-boia che gli si è fatto dappresso per bendargli gli occhi e legargli le mani; e quando il boia (che è appunto Charles Henri Sanson) gli offre un bicchiere di rhum, il condannato lo apostrofa con pungente ironia: «Quando sono ubriaco perdo la testa!». Poi si inginocchia e si offre alla mannaia.
Quanta la fantasia del cronista e quanta la fondatezza dell'episodio? Certo è che le cronache parigine di quegli anni danno risalto ad esecuzioni caratterizzate da episodi, per così dire, fuori dell’ordinario.
Alister Kershaw, autore di una “Storia della ghigliottina”, riferisce dell'esecuzione di un condannato, un certo Moyse, che aveva ucciso uno dei suoi cinque figli.
Quando il boia gli si avvicinò, lo accolse in tono offeso esclamando: «Come? Voi volete giustiziare un padre di famiglia?». Si racconta anche di quel condannato che salì sul patibolo con attorno al collo un cerchio di puntini tatuato con sopra la didascalia: “Tagliare lungo la linea punteggiata”.
Cronache puntigliose? Fantasticherie di impietosi cronisti? Beffe crudeli verso il “nemico” che muore? Chissà!
C'è un siciliano, dunque, il cui capo mozzato dalla lama del “rasoio nazionale” cadrà nel “canestro per merenda familiare” come i popolani chiamavano, con lugubre sarcasmo, il cesto che raccoglieva teste dei decapitati che venivano giù dal palco.
Del sicilien de Palerme, nulla di più di quanto abbiamo riferito avremmo potuto conoscere, se egli stesso, tra il giorno dell'arresto e quello della vigilia dell'esecuzione capitale, non avesse riferito ad un redattore de “La Cronique de Paris” i fatti più rimarchevoli della sua avventurosa esistenza.
Questa “confessione laica” - forse a mezzo tra la realtà e la fantasia - e fortunate ricerche d'archivio, ci hanno consentito di mettere a fuoco il personaggio di Francesco Paolo Di Blasi, il palermitano nato in un vicolo del popolare rione della “Bocceria Nuova” (l'attuale “Vucciria”) e finito sotto la mannaia, a Parigi, insieme al fior fiore dell'aristocrazia di Francia.
Egli racconta al redattore de “La cronique de Paris” d'esser nato a Palermo, nel rione della “Bocceria della Foglia” o “Bocceria Nuova”, nel mese di agosto, in un giorno che la madre gli aveva detto esser stato di grandi feste e di gaudio per la sua città.
Quale fosse quel giorno non sapeva indicarlo. Dal registro parrocchiale dei battesimi (l'anagrafe civico nel 1744 è ancora di là da venire) risulta effettivamente che, in data 29 agosto, un bambino al decimo giorno di vita, fu portato a battesimo da certa Maria Stella Di Blasi.
Si legge in una delle pagine di quel registro: “Anno Domini Millesimo Septingentesimo Quadragesimo Quarto, ante diem quartum Kalendas mensis Septembres, Ego, Coadiutor Parochialis, baptizavi infantem, natum ex Maria Stella Di Blasi et ex... (lo spazio riservato alle generalità del padre è sbarrato) et imposui ei nomen Franciscus Paulus. Patrini fuerunt Rosarius Fernandez et Rosalia Ranella”.
Ignoto, dunque, il padre del bambino, forse anche alla stessa Maria Stella che, se durante il giorno offriva ai passanti di quella stretta via la frutta e la verdura esposta su di una sgangherata bancarella, col calar della sera potrebbe essersi concessi piacevoli trastulli e anche ben remunerati.
Dei sospetti incontri amorosi di Maria Stella - se di quelli si trattava e non piuttosto di innocenti incontri amichevoli - erano spettatori involontari due personaggi molto conosciuti nel rione: don Cecé La Brozzo, detto “u ziu Misirinu” perché povero in canna, e mastru Neli Minisola, di mestiere ciabattino.
Era, don Cecé, un vecchio prossimo agli ottanta, con braccia rugose e ancora forti per i tanti anni di lavoro ai mercati generali, ma con le gambe sottili e rinsecchite che quasi non lo reggevano.
Se ne stava perciò, specialmente nei pomeriggi d'estate e oltre, fino a quando il sole calava, seduto su una seggiola nel terrazzino del consunto, minuscolo edificio a un solo piano che era la sua casa.
Suo dirimpettaio, ma a piano terra, era mastru Neli Minisola che tutti i giorni, sull'uscio di casa, trascorreva il tempo dedicandosi al lavoro, lesto a maneggiare abilmente suole, spago, pasta di cera, chiodi e martello.
Mastru Neli, oltre che nell'opera sua, era anche lesto di lingua, con propensione verso una verbalità irriverente e dissacrante.
Ne sapevano qualcosa i vicini di casa, vittime di turno dell'insolente ciabattino. Ne sapeva qualcosa anche Maria Stella, i cui innocenti o maliziosi incontri (non sappiamo), venivano puntualmente accompagnati da un cerimoniale osceno, blasfemo ed irrisorio che vedeva impegnati in un singolare duello il ciabattino, giù per la strada, e don Cecè, su dal terrazzino.
Appena l'uscio di casa di Maria Stella si chiudeva alle spalle dell'ospite di turno, mastru Neli volgeva lo sguardo verso l'alto e sentenziava: «Don Cecé, cu futti, futti, Diu pirduna tutti».
Don Cecé, dal terrazzino, assentiva col capo, con un sospiro e commentava: «Ehhh... accussì è; accussì è!».
E non finiva lì, perché se il numero dei visitatori di Maria Stella, per quella sera, s’infittiva, ecco allora mastru Neli declamare: «Don Cecé, scalau, scalau a tunnina!».
E l'altro di rimando: «U stoccafissu, vulivi diri. U stoccafissu!».
Il duetto tra mastru Neli e “u Misirinu” si ripeteva, di volta in volta, con delle varianti dettate dall'estro del ciabattino. Ma il succo era sempre quello.
A quel tempo “Di Blasi” era, nell'Isola, un cognome di tutto rispetto, ché Di Blasi si chiamava appunto un terribile bandito, detto “Testalonga”, diventato leggendario - come racconta Luigi Natoli ne “La Storia di Sicilia” - oltre che per la sua spietatezza anche per certe imprese romantiche. Maria Stella era sorella del bandito.
Smancerie e malignità di don Cecè La Brozzo e di mastro Neli Minisola, a parte, si può indicare il 19 agosto il giorno della venuta al mondo di Francesco Paolo. A Palermo, infatti, fu quello un giorno di “grande gaudio e festa” stando a quanto racconta Salvo Di Matteo su “Historiae siciliane” in un capitolo nel quale è narrato un episodio di cronaca municipale alquanto spassosa.
«Il 10 agosto - narra Salvo Di Matteo - il torriere di vedetta sul monte Pellegrino si precipitò trafelato in città per avvisare che aveva avvistato una flotta immensa di 84 navi. La città passò nel turbamento e nello scompiglio un tempo che parve interminabile. Nel pomeriggio arrivò l'annuncio che dissolse ogni apprensione: le navi non erano più in vista».
«E ora che tutta l'artiglieria era stata sistemata, che le palle da cannone erano state comprate, che la polvere da sparo era stata raccolta? Come al solito, la città trovò da farsene l'uso che le era più convenevole: quando il 19 agosto giunse con la feluca della posta la notizia della vittoria conseguita dalle armi ispano-napoletane nei campi di Velletri, il viceré ordinò tre giorni di spari di artiglieria e vi fu salva reale dal castello e dalle fortezze urbane».
Degli anni della sua infanzia, il prigioniero nulla riferisce al cronista parigino; ma li possiamo immaginare non diversi da quelli vissuti dai suoi coetanei tra i vicoli della “Vucciria”, del “Capo” e della “Albergheria”, almeno fino all'età di tredici anni allorché i Padri Gesuiti lo accolsero al Collegio del Cassero. Il Collegio sarà la fucina nella quale si forgerà il giovane popolano che mostra sempre più evidenti i segni dell'ansia di sapere e dell'insofferenza all'ordinario.
Nell'estate del 1763 - il ragazzo ha diciannove anni - affiorano nell'Isola, tra il popolino, minacciosi segnali di malcontento per l'imposizione di nuovi tributi e per gli effetti di una grave carestia che ha colpito la Sicilia.
Nella Capitale, dalle lamentele si passa alle vie di fatto e, a settembre, i palermitani insorgono: si impadroniscono delle carceri, assalgono il palazzo del viceré e appiccano il fuoco ad alcuni uffici pubblici.
Alla testa della sommossa c'è un giovane dalla lunga chioma bionda che al grido di «Pane, pane!; fuori il malgoverno; viva il Re!» accende gli animi dei ribelli.
La rivolta dura lo spazio d’un mattino: i gendarmi del Vicerè finiscono, infatti, con l’avere la meglio sui sediziosi, facendo uso anche delle armi da fuoco.
Del capo degli insorti che se ne è fatto? Gli sbirri del Vicerè Fogliani che lo hanno individuato lo cercano invano per giorni e giorni.
Al suo “confessore laico”, Francesco Di Blasi – è lui l'impetuoso condottiero di quel lontano giorno - racconta che, fuggito da Palermo, si era rifugiato sulle montagne del palermitano, presso lo zio, il romantico fuorilegge.
Tre mesi dopo, però, aveva fatto ritorno al Collegio dei Gesuiti, a Palermo, dove sarebbe rimasto ancora per quattro anni: fino al giorno in cui i suoi benefattori furono sloggiati dal Collegio del Cassero, privati di tutti i loro beni ed espulsi dall'Isola.
La partenza dei Gesuiti da Palermo segnò una svolta nella vita del giovane Francesco Paolo.
A ventitré anni, nel fulgore della sua giovinezza, è dotato di vivida intelligenza, è colto quanto basta, è avido di imparare, parla discretamente il Francese (gli è stato maestro l'abate Girard, nativo di una cittadina della proche banlieu parigina), ha - e non guasta - un aspetto gradevolissimo che gli è valso il soprannome di Arcangelo Gabriele.
Il bel siciliano si rende conto che la Capitale dell'Isola può offrirgli poco o nulla e decide di accodarsi al plotoncino dei Gesuiti in viaggio verso il ducato di Savoia, ai confini con la Francia.
Ma non è certo la vita monastica alla quale Francesco Paolo aspirava e, nell'estate del 1769, munito di solide credenziali, si trasferisce in terra di Francia, a Bourg, nella Bress, ospite dell'anziano e ricchissimo marchese di Saint-Priest e della sua bella giovane moglie Annette Besenval.
Si sa come vanno queste cose: Francesco Paolo è tentato dalle grazie ancor fresche della marchesa che, a sua volta, non sa, o non vuole, sottrarsi al fascino del giovane. E quando, due anni dopo, il marchese muore, Francesco Paolo e Annette convolano a giuste nozze.
Povera Annette! Torna a vivere quando sta per morire: se ne va, infatti, uccisa dalla tisi, a poco più di un anno e mezzo dal giorno delle nozze con l'Arcangelo Gabriele, il quale eredita il blasone di marchese di Saint-Priest. Quanto al cognome, il giovane vedovo assume quello della moglie: Besenval che fa precedere dal doppio nome Luigi Augusto.
Il 10 maggio dell'anno successivo a quello della morte di Annette, il giovane marchese di Saint-Priest è a Parigi, a Palazzo Reale, tra i gentiluomini di Corte che, al compiersi della spaventosa agonia di Luigi XV, attraversano correndo la Galleria degli Specchi per ossequiare il nuovo re e la sua deliziosa consorte Maria Antonietta.
Così il marchese Saint-Priest ricorda quel giorno a Corte nel suo racconto al cronista de “La Chronique de Paris”: «Quando giungemmo nella camera del Re e della Regina, vedemmo Luigi e Maria Antonietta entrambi in ginocchio, abbracciati, con il viso rigato di lacrime».
«Mon Dieu - ripetevano - mon Dieu, protégez-nous; nous sommes trop jeunes pour régner!». Il Re aveva diciannove anni, la Regina uno di meno.
Sarà quello, per il marchese siculo-francese, il primo e ultimo episodio vissuto a Corte, perché da quel giorno per lui si chiuderanno per sempre le porte di Palazzo Reale.
Il fatto è che Luigi Augusto Besenval, marchese di Saint-Priest, si porterà per sempre appresso il peccato originale d’ esser stato introdotto a Corte dalla Du Barry e dal Cancelliere, il duca di Auguillion: la prima, finita prigioniera di Stato nell'abbazia di Pont-aux-Dames, alla morte di Luigi XV; il secondo, privato del suo incarico da Luigi XVI e allontanato da Parigi.
Luigi Augusto Besenval, marchese di Saint-Priest, ovvero, Francesco Paolo Di Blasi, non nutrirà rancore alcuno per Maria Antonietta che lo ha allontanato per sempre da Versailles e dal Trianon. Anzi, quando la Rivoluzione esplode, il “marchese” si schiera dalla parte di Luigi XVI ponendosi a capo di un gruppo di “realisti” che hanno giurato di uccidere l'ingrato Filippo Egalité, come si fa chiamare, da quando è passato nelle file dei Giacobini, Filippo d'Orleans, nelle cui vene scorre autentico sangue reale.
Del Re, degli aristocratici, dei gentiluomini di Corte, Luigi Augusto seguirà la sorte.
Lo arresteranno il 13 dicembre del 1792. Inutilmente, alla Conciergerie, dove lo hanno rinchiuso, tenterà di sottrarsi alla ghigliottina, rivelando, a gazzettieri, a guardie e a giudici, la sua vera identità.
Il “Terrore” è un mostro che divora tutto e tutti senza fare tante storie e Francesco Paolo Di Blasi è ormai tra le fameliche fauci del mostro.
Quando sale sul patibolo, il “siciliano di Palermo” ha quarantotto anni.
A Palermo, sul registro delle morti della Parrocchia della Bocceria, nessuno ha mai scritto che il 22 gennaio del 1793 è morto Francesco Paolo Di Blasi.
Ghigliottinato. Sous le ciel, gris, de Paris.

Lillo Marino

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